Stop al superlavoro

Se il superlavoro (Working hard) è sempre stato considerato dai giapponesi una virtù, adesso le cose stanno piano piano cambiando.
Diminuiscono infatti i giapponesi disposti a praticare questa forma di lavoro, spesso eccessiva, che si caratterizza per diligenza, efficienza e abnegazione.
Basta pensare che ancora oggi in Giappone accade di “morire di lavoro”. Nel 2007 ci sono stati 147 casi di persone morte per il troppo lavoro. Il primo caso di Karoshi (questo il termine utilizzato per indicare le morti causate dal lavoro eccessivo) è accaduto nel 1969 e dal 1987 il Ministero del Lavoro ha iniziato a stilare una classifica annua con le statistiche delle morti.
Attualmente il governo giapponese ha iniziato a riconoscere le responsabilità delle aziende, prevedendo di risarcire le famiglie delle vittime.
Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Yomiuri Shimbun, il 74% dei giapponesi intervistati considera ancora il superlavoro come una virtù, ma aumenta la percentuale delle persone che ritengono che il numero dei giapponesi disposti a lavorare così tanto è destinato a diminuire.
Nel 1984 il 59% dei giapponesi dichiarava che avrebbe continuato a lavorare duramente.
Oggi la percentuale si è ridotta notevolmente e il 66% dei giapponesi pensa che la popolazione non continuerà a farlo. Secondo Yoshi, un tassista di 60 anni di Tokyo, il motivo di questi risultati dipende dal fatto che “i giapponesi hanno perso la passione per il lavoro”.
Tra i giovani intervistati c’è chi dichiara di fermarsi a lavorare molto spesso anche oltre l’orario lavorativo stabilito, ma c’è soprattutto chi dichiara di non volerlo fare, soprattutto perchè spesso sono straordinari non pagati.
Una spiegazione, quella economica, che quasi sicuramente è alla base dei cambiamenti nella mentalità lavorativa che si stanno diffondendo sempre di più in Giappone.
Il 77% dei giovani intervistati ha dichiarato infatti di sognare il posto fisso. Soltanto il 15% degli intervistati ritiene che la flessibilità sia un’opportunità per ampliare le proprie possibilità lavorative. Mentre tutti gli altri vivono l’instabilità lavorativa con una notevole apprensione.

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