
Japan working
Nell’isola di Himeshima, a sud del Giappone, da anni si svolge il “work-sharing” ed ora in molte altre zone si sta pensando di introdurre la possibilità (a causa della crisi) di lavorare di meno per dare la possibilità a tutti di lavorare. Attraverso il work-sharing, infatti, tutti i lavoratori scelgono di rinunciare a qualche ora di lavoro, pur di avere occupazione piena. Questo modello negli ultimi tempi ha suscitato l’entusiasmo della politica e dell’industria automobilistica nipponica, che vuole importare il “metodo Himeshima” nelle sue catene di montaggio. Ed il work-sharing è stato considerato come la soluzione ideale per mantenere livelli di occupazione accettabili e contenere il malcontento creato dall’aumento della disoccupazione.
Yoichi Masuzoe, Ministro del Lavoro, ha definito il lavoro condiviso come un concetto rivoluzionario. Il sindaco dell’isola di Himeshima è soddisfatto del tipo di lavoro che da anni si porta avanti nella sua piccola isola. Tutte le attività produttive dell’isola hanno aderito a questa forma di lavoro negli ultimi 40 anni. La Toyota, la Isuzu, la Mazda e la Mitsubishi hanno deciso di introdurre questa forma lavorativa nelle loro fabbriche. E gli altri settori del Giappone attendono di vedere se questo metodo funziona anche al di fuori dell’isola di Himeshima per capire se può essere importato con risultati buoni. Il work-sharing è considerato come l’unico sistema per tagliare i costi di produzione mantenendo un’immagine di responsabilità industriale. D’altro canto, però, i sindacati ed i lavoratori pensano che questa nuova forma di work-sharing sarà comunque diversa da quella originale di Himeshima. E si teme che possa portare ad una riduzione drastica degli stipendi o al taglio del personale. Tanto che Rengo, il più forte sindacato del Giappone, ha chiesto per la prima volta in otto anni un aumento del salario di base. Fujio Mitarai, presidente della Japan Business Federation – o Nippon Keidanren (la Confindustria giapponese) ritiene invece che il lavoro condiviso possa essere l’unico modo per mantenere le persone occupate e non dover ricorrere a licenziamenti forzati.